Il dibattito su sicurezza e identità che indebolisce Macron - Marat n. 2

La Francia è attraversata da un conflitto profondo causato dal terrorismo, da visioni contrapposte della laicità e dalla domanda di leggi più repressive. Il presidente su questi temi è in difficoltà

Venerdì, poco dopo le 14, un uomo armato di un coltello è entrato in un commissariato a Rambouillet, una piccola città delle Yvelines, un dipartimento dell’Ile de France. Di fronte a sé ha trovato la funzionaria amministrativa Stéphanie M., e l’ha subito aggredita pugnalandola alla gola e all’addome. Secondo i testimoni, il terrorista avrebbe urlato «Allah Akbar» prima di colpire ed essere poi neutralizzato da un brigadiere con due colpi di pistola.

Jamel G., 36 anni, di nazionalità tunisina, arrivato in Francia nel 2009 e regolarizzato nel 2019, è morto poco dopo. Del suo profilo si sa ancora poco, se non che si era radicalizzato in questi mesi di lockdown. Cinque persone del suo entourage sono in stato di fermo, e del caso si occuperà la procura antiterrorismo. Il procuratore antiterrorismo Jean-François Ricard ha detto che la radicalizzazione dell’assassino è «poco contestabile».

È triste cominciare un nuovo numero di Marat con questa notizia, ma è inevitabile: ci ricorda che la Francia continua a essere colpita da attentati islamisti, un fenomeno strutturale che non può che influenzare il dibattito pubblico e le prossime elezioni presidenziali. Dall’inizio del mandato di Macron, 35 attentati di matrice islamista sono stati sventati. Questo di Rambouillet è il diciassettesimo della stessa matrice contro le forze dell’ordine dal 2014.


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Bene, cominciamo.


Venerdì pomeriggio, a poche ore dalle prime informazioni sull’attentato di Rambouillet, una notizia ha attirato la mia attenzione. Il quotidiano l’Opinion anticipava un nuovo progetto di legge che il ministero dell’Interno vorrebbe approvare entro giugno. 

Il governo è preoccupato dai circa 150 terroristi che usciranno di prigione entro il 2022, detenuti considerati ancora pericolosi dai servizi segreti e dalla polizia, e sta cercando una via legislativa per continuare a controllarli.

Il progetto è ancora vago, ma è stato sottoposto nelle sue grandi linee al Consiglio di Stato, che ha dato parere favorevole e arriva dopo una proposta durissima avanzata nel giugno 2020 dalla deputata LREM (il partito di Macron) Yaël Braun-Pivet, che aveva depositato un disegno di legge per introdurre dodici obblighi per i terroristi scarcerati, tra cui l’obbligo di residenza in un luogo deciso dalle autorità pubbliche e la possibilità di essere seguiti con dispositivi elettronici per un periodo massimo di dieci anni.

Il Consiglio costituzionale aveva censurato la legge, giudicandola incostituzionale, e la maggioranza si è adeguata adottando questo nuovo progetto meno estremo, ma in ogni caso piuttosto severo.

Tra le varie disposizioni, è prevista una maggiore sorveglianza per gli ex detenuti per reati di terrorismo: potranno essere sottoposti a sorveglianza e controllo, ed essere obbligati a seguire dei corsi di formazione.

Per evitare una nuova censura, la legge specifica che l’obiettivo di questi obblighi è «il reinserimento in società e l’acquisizione dei valori della cittadinanza» e limita la loro applicazione ai condannati ad almeno 5 anni.

È una notizia inaspettata, visto che negli ultimi anni la Francia ha già reso molto più repressiva la sua legislazione fino a incorporare nel diritto comune una serie di disposizioni contenute nello Stato di emergenza, la legge del 1955 immaginata per affrontare la guerra d’Algeria, poi utilizzata in maniera eccezionale nei successivi due anni dopo gli attentati del Bataclan del 13 novembre 2015. 

La volontà di Emmanuel Macron di dettare l’agenda su questi temi è evidente: il presidente è percepito come politicamente debole sulla sicurezza, tradizionale cavallo di battaglia della destra gollista e del Rassemblement national. 

L’annuncio di questa nuova legge è stato in qualche modo preparato da un’intervista al Figaro, dove domenica scorsa il presidente ha annunciato una serie di misure molto dure contro il traffico di stupefacenti, e ha espresso in maniera netta una posizione personale non favorevole alla liberalizzazione delle droghe leggere (e una certa condanna morale per chi «si rolla una canna in salotto»).

La scelta di parlare di questi temi con il giornale che da decenni tiene una linea editoriale fermissima sulla sicurezza è già di per sé un segnale politico. Come abbiamo analizzato nel precedente numero, Macron intende continuare a rivolgersi all’elettorato di centrodestra

Dopo questa intervista, lunedì scorso, Macron ha visitato un commissariato a Montpellier e, anche per provare a calmare gli animi della polizia, che protesta contro le violenze e le aggressioni subite durante l’orario di lavoro nei quartieri più difficili, ha annunciato una serie di misure concrete per aiutare le forze dell’ordine.

Il presidente ha promesso che entro la fine dell’anno gli effettivi di polizia e gendarmeria saranno aumentati di 2000 unità, e che tutti i nuovi agenti rinforzeranno le pattuglie, di modo che ogni francese possa constatare «più blu sul terreno», in riferimento alla divisa.

La posizione centrista ha esposto Macron a molte critiche sulle questioni di sicurezza. Da un lato è stato accusato, insieme al suo governo, di avere mal gestito le violenze di alcuni agenti di polizia durante le manifestazioni e le proteste esplose durante il suo mandato (quelle dei gilet gialli, ma non solo).

Dall’altro lato, è criticato dal centrodestra e dai sindacati di polizia per non essere riuscito a tutelare fino in fondo le forze dell’ordine, facendo marcia indietro su alcune disposizioni di legge proposte in questi anni.

Secondo un sondaggio Ifop per il Journal du dimanche, la sicurezza è una questione prioritaria per il 72% dei francesi, che la ritengono più importante della lotta contro la disoccupazione (68%) e della crisi economica (62%). Per l’86% dei francesi, la sicurezza sarà una componente importante del voto nel 2022. Se a questo si aggiunge la poca credibilità sul tema di Emmanuel Macron rispetto a quella guadagnata da Marine Le Pen, si comprende l’offensiva del presidente.

Come vedete, Marine Le Pen ottiene più fiducia di Emmanuel Macron sul contrasto alla criminalità (45% contro 17%), sulla gestione dell’immigrazione (48% contro 21%) e sulla difesa dei valori della repubblica e della laicità (36% contro 35%).

Perché metto insieme sicurezza e separatismo? Perché le cose vanno insieme? Perché l’Islam è considerato da una parte dell’opinione pubblica francese come una minaccia, tanto che il governo è dovuto intervenire con una legge apposita, che cerca di contrastare il «separatismo»?

Philippe Gaudin, direttore dell’Istituto europeo delle scienze e della religione, mi ha aiutato a chiarire alcuni punti di questo dibattito: «Bisogna partire da una constatazione: in Europa siamo abituati a una religione sempre più declinata come un rapporto privato con la divinità, quasi filosofico. L’Islam invece è una religione prescrittiva, influenza visibilmente i comportamenti, e si basa sul proselitismo. In una società secolarizzata come la nostra suscita incomprensione».

Fin qui, nulla di male, le società europee si fondano sulla tolleranza della diversità. Il problema, continua Gaudin, è che c’è una parte della comunità musulmana che «rifiuta le leggi della Repubblica, cerca di allargare la propria comunità per sostituire quella nazionale, veicola un’ideologia fondamentalista e giustifica la violenza. Di fronte a questo, lo Stato non può non reagire». 

Ecco il perché della reazione.

Il 2 ottobre 2020, Emmanuel Macron annuncia una nuova legge per affrontare il problema del separatismo islamista.

La legge prevede una serie di innovazioni per alimentare il «rispetto dei principi della Repubblica e lottare contro il separatismo» ed è tuttora in discussione; l’Assemblea nazionale ha approvato una prima versione del testo, ma il Senato controllato dall’opposizione di centrodestra ha cambiato alcune disposizioni e reso più severe altre. 

La legge serve a controllare meglio i luoghi di culto, a limitare l’esposizione di segni religiosi nello spazio pubblico, proteggere i diritti delle donne (per esempio vietando la produzione di certificati di verginità), ad allungare la lista dei motivi per sciogliere le associazioni considerate pericolose per l’ordine pubblico.

Ne parleremo ancora (è uno dei vantaggi di una newsletter che dura più di un anno), ma ciò che è interessante è che Macron ha lanciato l’ultima grande legge del suo quinquennio a un anno dalle elezioni e sull’onda dell’ennesimo attentato islamista, la decapitazione del professore Samuel Paty, ucciso poche settimane dopo aver mostrato una vignetta di Charlie Hebdo alla sua classe. 

Il separatismo islamista è una minaccia proprio perché contribuisce a costruire un ambiente favorevole ai terroristi. In un’intervista a France Culture, Bernard Rougier, uno dei principali esperti di islamismo in Francia, ha spiegato il risultato di circa due anni di ricerche che insieme alla sua équipe ha condotto sul terreno, analizzando le reti di sostegno alle moschee più radicali e parlando con numerosi ex jihadisti francesi.

«Il jihadismo non è un campo a sé, ma si nutre di un contesto. Dietro ai terroristi c’è un ecosistema che involontariamente li forma, li influenza, li arma dal punto di vista ideologico. Questi universi diversi, in particolare il salafismo e i fratelli musulmani, rappresentano una scala: il futuro terrorista passa da una corrente all’altra, cercando una interpretazione della religione sempre più radicale. Finché si convince che soltanto il jihadismo è la strada accettabile». 

Per far capire meglio questo processo, Rougier cita il telefono di Abdelhamid Abaaoud, uno degli attentatori del 13 novembre 2015, in cui sono stati ritrovati moltissimi contenuti che accusavano lo Stato francese di essere islamofobo e razzista. Oltre al fanatismo e all’ideologia islamista, l’idea di vendicarsi in modo legittimo è uno dei carburanti che giustifica il suo passaggio all’atto violento. Il terrorista non si qualifica come tale, ma come combattente per una giusta causa, che uccide i «miscredenti» come atto di legittima difesa.

L’equilibrio, molto complesso, che deve riuscire a trovare il governo, è smantellare le reti che minacciano l’integrità dello Stato senza che questo venga percepito come un attacco all’Islam. 

E riuscire a essere credibili sul tema della sicurezza senza condurre una lotta alle libertà fondamentali, che spesso vengono considerate un intralcio da eliminare.

Vi lascio con una riflessione di François Sureau, avvocato e grande difensore delle libertà individuali. L’ho intervistato per Il Foglio nel marzo 2018, le sue parole sono ancora attuali.

«Lo stato d’emergenza e le leggi che lo sostituiscono sono interessanti perché ci dicono chi sta vincendo tra noi e i terroristi. Qual è la critica che i fondamentalisti fanno alla società aperta? È di essere nichilista, di non credere in nulla. Tutto il nostro sistema si basa sul fatto che la società è libera e allo stesso tempo capace di difendersi senza cessare di esserlo. L’islamista, invece, sostiene che noi mentiamo quando sosteniamo di credere nei diritti umani: è giusto quindi distruggerci, perché al primo attacco siamo disposti a rinunciarvi per combattere i nostri nemici». 

«La domanda di leggi speciali dice molto sulla crisi del modello occidentale: cos’è una civiltà superiore? È una civiltà che non fa dipendere le sue norme della volontà degli altri. L’islamista è una persona che mette una bomba in un posto, la sola differenza con un pazzo è il suo motivo. Ma il motivo, per uno stato di diritto, non rileva: è il fatto che ci interessa, ed è sul fatto che giudichiamo i colpevoli. Siamo noi che facciamo le regole, non gli altri. Altrimenti ammettiamo che il nemico ha la capacità di distruggere il nostro sistema».


La sicurezza, l’identità, la laicità, il separatismo e il terrorismo sono temi legati tra loro, e dare un quadro completo in un solo numero di Marat era impossibile. Per questo la prossima newsletter sarà la seconda e ultima parte per analizzare il dibattito identitario che segue le questioni affrontate oggi.

A presto!

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Consigli di lettura e fonti

Qui potete ascoltare l’intervista a Bernard Rougier su France Culture, se non capite il francese ma lo leggete potete dare uno sguardo al pezzo del Monde che recensisce “les territoires conquis de l’islamisme”.

L’articolo de l’Opinion sul nuovo progetto di legge antiterrorismo, e sul perché la proposta dell’estate 2020 era stata giudicata incostituzionale dal Consiglio costituzionale.

Perché Macron ha deciso di aumentare le sue dichiarazioni sulla sicurezza dei francesi, in un’analisi di Antoine Albertini su Le Monde, l’editoriale del Figaro che reagisce all’ennesimo attentato, e denuncia «il diniego della realtà» su immigrazione, islamismo, separatismo e insicurezza.

L’intervista completa a François Sureau, sul Foglio, cosa contiene precisamente la legge sul separatismo, approvata in prima lettura dall’Assemblea nazionale e dal Senato.

Il sondaggio Ifop per il Journal du Dimanche, che analizza le preoccupazioni dei francesi in vista delle presidenziali dell’anno prossimo.


Marat è una produzione di Nightreview S.r.l. – ISSN 2784-8728