La sorprendente popolarità di Macron - Marat n. 1

Il presidente guadagna nei sondaggi, ma alcuni segnali indicano una grande fragilità. E se arrivasse una candidatura imprevista?

Manca un anno e un mese al primo turno delle elezioni presidenziali, e questo è il primo numero di Marat, che si concentra sul punto di partenza della prossima campagna elettorale: la popolarità del presidente, le sue difficoltà politiche, la forza degli avversari, le opinioni dei francesi. 

Il lusso di una newsletter che dura più di un anno è poter tornare su temi già sollevati, approfondire alcuni aspetti, tralasciare qualcosa perché arriverà un momento più opportuno per parlarne. Per questo oggi è necessario scattare una fotografia e capire a che punto siamo. Naturalmente tutto questo si basa anche sui suggerimenti dei lettori: sono sempre pronto a rispondere ai vostri dubbi e e alle vostre curiosità.

Prima di cominciare vorrei ringraziare le centinaia di persone che si sono iscritte nel corso di questa settimana, chi ha condiviso Marat sui social, chi l’ha consigliata agli amici. Come ho spiegato nel numero 0, a partire dal 5 settembre 2021 la newsletter diventerà settimanale e potrà essere letta solo in cambio di un piccolo ma fondamentale contributo. Ed è già possibile farlo sin da adesso tramite il link qui sotto.

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Bene, cominciamo.


Questa copertina è stata l’evento politico dei primi mesi dell’anno. Libération raccontava le indecisioni e le delusioni degli elettori di sinistra in un articolo molto lungo, che raccoglieva le testimonianze inviate al giornale durante tutta la settimana.

In assenza di altro, in un paese da mesi sottoposto a un coprifuoco molto restrittivo (in Francia comincia alle 18), Libération ha generato commenti, reazioni, contestazioni, critiche. E ha disegnato un sentimento trasversale nel paese: molti francesi non vogliono un nuovo secondo turno in cui essere costretti a scegliere tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen.

La maggioranza macroniana ha accusato il quotidiano di fare il gioco dell’estrema destra, e ha invaso le radio e le televisioni per rispondere a quello che è stato giudicato come un «attacco» in piena regola.

La copertina ha fatto talmente discutere che Libération è tornata sull’argomento nel numero successivo, per analizzare quanto accaduto con un titolo abbastanza eloquente: «La macronia in pieno diniego».

Ora, Libération, come tutta la stampa, è un quotidiano meno influente di quanto fosse vent’anni fa, ma ha colto un punto importante. Il Fronte repubblicano, la grande alleanza che impediva in ogni modo l’accesso al potere dell’estrema destra, non esiste più. O almeno, non è più così automatico.

Al momento non ci sono grandi alternative a un doppio turno Emmanuel Macron contro Marine Le Pen, lo stesso scenario del 2017. Non lo dicono soltanto i sondaggi che stimano i consensi dei partiti al primo turno, ma è anche l’opinione diffusa dei francesi.

Allo stesso tempo, la maggioranza dell’elettorato non vuole uno scontro del genere. Per ora questa aspirazione non ha conseguenze sui consensi dei primi due candidati, ma è una cosa da tenere a mente per i prossimi mesi: il terreno è favorevole a una personalità nuova, inaspettata.

Non che le persone di sinistra avessero grandi motivi di sentirsi tradite dal presidente della Repubblica, il secondo turno è un voto per difetto, un voto “contro” più che di adesione, e Macron non ha mai fatto granché per garantirsi il supporto di questa parte di elettorato: la sua strategia e le circostanze politiche l’hanno portato altrove.

Subito dopo la sua elezione, Emmanuel Macron ha scelto un primo ministro di centrodestra, Édouard Philippe, poi sostituito con un altro primo ministro di centrodestra, Jean Castex; all’Economia ha nominato Bruno Le Maire, ex candidato alle primarie del centrodestra nel 2016, all’Istruzione (che è un ministero molto più pesante di quello italiano) Jean-Michel Blanquer, che non si era mai candidato in prima persona, ma non aveva mai nascosto la sua sensibilità politica. Indovinate? Di centrodestra.

Infine, l’estate scorsa, Macron ha scelto Gérald Darmanin come ministro dell’Interno, ex direttore della campagna elettorale di Nicolas Sarkozy che ha definito Marine Le Pen troppo «molle» sui temi della sicurezza e della difesa dell’identità francese in un dibattito televisivo. Ma di questo parleremo in uno dei prossimi numeri di Marat.

La strategia macronista ha mutato fin da subito l’elettorato del presidente, un cambiamento registrato dai sondaggi e confermato dalle uniche elezioni nazionali avvenute durante il suo mandato. Se al primo turno delle elezioni presidenziali del 2017 circa la metà di chi nel 2012 aveva votato per François Hollande (socialisti) sceglie Macron, alle elezioni europee del 2019, la lista Renaissance perde parte di quell’elettorato e conquista chi invece nel 2017 aveva scelto il candidato dei Républicains, François Fillon.

Da questo sondaggio possiamo trarre tre insegnamenti. Il primo è che, come dicevamo, per adesso Emmanuel Macron e Marine Le Pen non hanno rivali al primo turno. Il secondo è che la sinistra è divisa, e i suoi tre candidati possibili, Anne Hidalgo per i socialisti, Yannick Jadot per i verdi, Jean Luc Mélenchon per la France Insoumise, sommati insieme, arrivano alla stessa percentuale di Emmanuel Macron. Inutile dire che la somma di tre candidati fa raramente il risultato di un candidato unitario.

Il sondaggio è sempre Ifop, Xavier Bertrand è il possibile (ma ancora non è chiaro se lo sarà) candidato dei Républicains, il centrodestra moderato. Anne Hidalgo è la sindaca di Parigi, socialista, che nelle ultime settimane ha dato più di un segnale sulla sua volontà di candidarsi

Il terzo insegnamento, come vedete, conferma la copertina di Libération. In caso di ballottaggio con Marine Le Pen, Emmanuel Macron vincerebbe, ma con uno scarto minore rispetto a Xavier Bertrand, possibile candidato dei Républicains, il centrodestra. È un segnale evidente del rigetto che oggi Macron produce nell’elettorato di sinistra, che non si mobiliterebbe per votarlo.

Ho chiesto a Mathieu Gallard, sondaggista dell’istituto Ipsos, di spiegarmi a cosa servono i sondaggi, e come vanno letti con così tanto anticipo. È una spiegazione molto utile, che serve non soltanto per questa campagna elettorale, e che vi consiglio di non dimenticare per ogni sondaggio politico: «I sondaggi non sono delle previsioni, scattano una fotografia del momento. Al momento la situazione è questa, e leggere queste rilevazioni ci aiuta a misurare i rapporti di forza».

È difficile prevedere cosa accadrà tra un anno, Ilvo Diamanti, che è uno dei principali sondaggisti italiani, ripete spesso che il nostro mestiere (quello di chi segue, analizza e racconta la politica), è prevedere il passato, non il futuro. 

Mathieu Gallard naturalmente si è detto d’accordo con questo approccio, e ha provato a spiegarmi qual è la fotografia dell’opinione pubblica francese oggi, domenica 21 marzo 2021: «Quello che vediamo oggi cambierà, perché le campagne elettorali contano. Ma soprattutto contano i temi attorno alle quali vengono strutturate, perché il dibattito può favorire o meno chi si presenta. Se a fine anno saremo ancora alle prese con la crisi sanitaria, Macron potrebbe essere messo in difficoltà su questo tema; se ne saremo usciti la sua gestione conterà meno, e conteranno di più i temi economici, quelli identitari e quelli di sicurezza. In genere a un anno dalle elezioni presidenziali la situazione è molto più fluida di quella che stiamo notando adesso, con due candidati saldamente avanti in tutte le rilevazioni. È come se la pandemia avesse “congelato” la contesa: l’opinione pubblica non si è ancora mossa. Ciò non vuol dire che nei prossimi mesi non lo farà».

E questo naturalmente va tenuto presente quando analizziamo fenomeni come quello descritto da Libération: siamo sicuri che di fronte a un nuovo ballottaggio Macron contro Le Pen l’elettore di sinistra rimarrà a casa, indifferente?

Questi sono altri due sondaggi che ci raccontano qualcosa della situazione. In primo luogo, la popolarità di Emmanuel Macron è relativamente elevata, il presidente è più popolare di François Hollande e Nicolas Sarkozy allo stesso punto del loro mandato. In secondo luogo, Macron suscita un rigetto netto (opinioni molto sfavorevoli), meno marcato di quanto ci si potrebbe aspettare, e in costante calo ormai dalla fine del 2018.

Il prossimo (e ultimo) sondaggio si lega a quanto diceva Gallard: le misure del governo per tenere in piedi l’economia sono piuttosto apprezzate, mentre la gestione della pandemia è sanzionata. Se la campagna elettorale si giocherà sul primo punto, la situazione potrebbe non essere tragica per Macron.

Infine, per il presidente uscente c’è un problema di narrazione. Nel 2017 Emmanuel Macron incarnava lo spirito di conquista, il Macron Bonaparte, come titolò un suo breve saggio il giornalista Jean-Dominique Merchet. L’idea che la Francia potesse superare il declino che percepisce da decenni ed entrare in una nuova fase di crescita, non soltanto economica, ma anche culturale, di influenza, di capacità di orientare gli affari internazionali. 

E quindi il presidente era stato eletto sulla base di promesse in parte mantenute nei primi anni di mandato: valorizzare l’individuo, liberare l’economia, semplificare la burocrazia, cambiare il modello francese e renderlo più flessibile, dettare l’agenda dell’Unione europea spingendola verso nuove riforme e ad un approccio più intraprendente in politica estera.

La seconda parte del quinquennato ha mandato in frantumi quest’impostazione. In primo luogo con la crisi dei gilet gialli: una protesta collettiva, senza leader, che manifestava un sentimento di collera e rigetto della globalizzazione. Un mondo agli antipodi di quello rappresentato dal presidente, che infatti non è riuscito a gestire la protesta, che resta il momento in cui la sua impopolarità è stata massima.

In secondo luogo con la pandemia: un dramma, e anch’esso collettivo, in cui le capacità individuali non contano. E infatti il presidente si è dovuto adattare, ha parlato di «guerra», del ritorno dello Stato, di protezione delle imprese nazionali, di crisi del capitalismo e riforma della globalizzazione.

Si è spinto fino a mettere in discussione uno dei tre pilastri del motto nazionale, liberté, égalité, fraternité, quando in autunno ha annunciato un nuovo lockdown: «Stiamo apprendendo di nuovo cosa vuol dire essere una nazione. Ci eravamo abituati a essere una società di uomini liberi, siamo oggi una nazione di cittadini solidali», ha detto.

Sembrano concetti un po’ teorici e distanti dalla realtà, ma Emmanuel Macron è anche questo, e la politica in Francia vive di simboli e suggestioni molto più che altrove, influenzata dalla storia e dalla missione universale che si attribuiscono i francesi. Vedremo in che modo il presidente proverà a ridare envie al suo elettorato, cioè voglia di dargli una mano in campagna elettorale.

Fino al 5 settembre l’appuntamento con Marat è mensile, quindi ci risentiamo ad aprile, ciao!

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Consigli di lettura e fonti

L’articolo di copertina di Libération, seguito da un’analisi sulle paure dei macronisti sull’arretramento di opinioni favorevoli nell’elettorato di sinistra. L’articolo che commenta le reazioni alla prima copertina.

Una lunga analisi sul “macronismo di sinistra” firmata da Fréderic Dabi sul Figaro, e un commento di Jacques Juillard, che si interroga sulla confusione generata dalle moltissime interviste date da Emmanuel Macron in questo periodo, nelle quali il presidente si contraddice più volte.

Su l’Opinion, Ludovic Vigogne traccia un parallelo tra la l’ultimo anno di Sarkozy e la situazione attuale di Macron. Se vi interessa la suggestione Macron Bonaparte, sul Foglio trovate una mia intervista a Jean Dominique Merchet, un concetto ripreso anche dal giornalista Alain Duhamel nel suo nuovo libro, Emmanuel le hardi.


Marat è una produzione di Nightreview S.r.l. – ISSN 2784-8728