La solita sconfitta di Marine Le Pen - Marat n. 5

Alle elezioni regionali il Rassemblement national era dato favorito in molte regioni, ma perde ovunque. Ho passato quattro giorni in Provenza per capire come mai, anche stavolta, il lepenismo fallisce

Il secondo turno delle elezioni regionali francesi conferma le tendenze del primo: la sinistra rinnova i suoi cinque presidenti uscenti, così come la destra, che vince in sette regioni. La Corsica resta invece autonomista.

Il Rassemblement national, che sembrava competitivo almeno nella metà delle regioni, non riesce a vincere in nessuna, confermando la regola non scritta di tutte le elezioni francesi più importanti: al secondo turno i candidati dell’estrema destra non passano.


Se ho potuto realizzare il reportage in Provenza che state per leggere è soprattutto grazie alle centinaia di lettori che hanno deciso di abbonarsi a Marat in anticipo: come ho spiegato nel numero 0, a partire dal 5 settembre 2021 la newsletter diventerà settimanale e potrà essere letta solo in cambio di un piccolo ma fondamentale abbonamento. Ed è possibile farlo sin da adesso tramite il link qui sotto.

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Quando organizzi un reportage su delle elezioni molto incerte, in un certo senso scommetti. E la scommessa era che il fatto politico di queste elezioni regionali francesi, per quanto rese poco interessanti dall’altissima astensione, fosse in Provenza. 

In realtà il fatto politico è avvenuto a nord, in Hauts-de-France, dove Xavier Bertrand, presidente uscente, è stato rieletto con il 53% dei voti. Bertrand, ex ministro durante il mandato di Nicolas Sarkozy ed ex membro dei Républicains, la destra moderata, ha già annunciato che si candiderà per le Presidenziali 2022. Per ora non ha il sostegno ufficiale del suo ex partito ma nei sondaggi raccoglie circa il 16% delle intenzioni di voto.

Questa vittoria lo rafforza e lo rende un candidato credibile anche per i Républicains, che potrebbero avere inaspettatamente trovato un leader. Avremo tempo di tornarci su nei prossimi mesi.

La politica si muove per simboli. E giovedì scorso, a Fréjus, una piccola città tra Tolone e Cannes, ce n’erano almeno tre. Il primo è il luogo, naturalmente. Nel 2014, Fréjus è diventato il comune più popoloso governato dall’allora Front national. Il sindaco David Rachline, che ha diretto la campagna di Marine Le Pen nel 2017, è una figura molto importante nel partito e piuttosto popolare in città (è stato rieletto nel 2020 al primo turno con il 50,6% dei voti). 

Fréjus rappresenta abbastanza bene la Costa azzurra. Ha un centro storico medievale su una promontorio che domina i terreni circostanti, e verso il mare diventa sempre più moderna, con palazzoni di dubbio gusto, insegne enormi di negozi e hotel, e naturalmente il casinò, che trovate in quasi ogni piccolo centro della Francia profonda. 

Alla fine del lungomare c’è una darsena piuttosto ampia che ospita barche a vela e a motore: giovedì molti pensionati erano occupati a mettere in ordine le proprie barche, mentre altri prendevano il sole in spiaggia. 

La piazza principale del centro storico di Fréjus, place Formigé, tra il municipio e la cattedrale, era gremita nonostante la pandemia, e diversa dai soliti comizi del Rassemblement national. In genere il Rn attira un pubblico più giovane rispetto a quello dei partiti tradizionali: stavolta i militanti erano quasi tutti anziani, un’età media elevata che riflette quella della regione.

Il secondo simbolo era l’assenza di Marine Le Pen, che ha deciso di non intervenire nelle elezioni locali e ha fatto campagna soltanto a Hénin Beaumont, nella circoscrizione dove era candidata per le elezioni dipartimentali del Pas de Calais (è stata eletta). 

È sempre difficile per i leader nazionali decidere il comportamento da tenere in elezioni dove non si presentano in prima persona: Le Pen ha deciso di non farlo per evitare di personalizzare troppo il voto.

Il terzo simbolo era riassunto dal candidato alla guida della regione, Thierry Mariani. Mariani ha un profilo molto interessante: ex membro dei Républicains, la destra moderata, ha aderito da poco al lepenismo.

È conosciuto per alcune posizioni internazionali piuttosto controverse: grande sostenitore di Bashar al Assad, è andato più volte in Siria a trovarlo; grande sostenitore di Vladimir Putin, che ha incontrato personalmente in un’udienza privata di mezz’ora. Mariani conduce una politica estera tutta sua, per esempio nel 2019 ha organizzato un viaggio in Crimea per “festeggiare” i 5 anni dall’annessione (illegale) russa.

Se volete, questa è la parte più evidente. Ma in realtà Mariani ha costruito negli anni un’enorme rete di conoscenze, affari e contatti in tutta l’area ex sovietica anche grazie alla facilità con la lingua, che ha imparato da giovane. Mariani è stato deputato dal 1993 al 2017 con una breve pausa dal 2010 al 2012, quando è stato nominato ministro dei Trasporti. 

Nel 2012, è stato eletto deputato nella nuova circoscrizione dei francesi residenti all’estero che comprende gran parte dell’Asia più l’Australia. Insomma, Mariani ha preso molto sul serio il suo impegno di “giramondo” per conto dei suoi elettori, e per il suo profilo particolare, è diventato l’emblema della “normalizzazione” del Rassemblement national, della sua capacità di attrarre politici da altri partiti non estremisti e allargare il proprio elettorato.

Vedere un comizio alla fine di una campagna elettorale dà sempre qualche informazione sulla tendenza, su quanto chi si candida ci creda e su quanto chi viene ad ascoltare sia motivato. L’ambiente non era particolarmente caldo, Mariani era molto stanco, gli applausi tiepidi, i cori inesistenti, qualche «buu» verso l’altro candidato e Macron. 

La maggior parte delle persone sedute a distanza davanti al palco era piuttosto anziana, alcuni tenevano le mascherine anche all’aperto (in Francia non è più obbligatorio da alcuni giorni). Prima che il comizio cominciasse ho fatto un giro tra le sedie, scambiando qualche parola con il “pubblico”: chi lamentava la scarsa fermezza del governo di Macron «lassista con i criminali», chi teneva a sottolineare di «non essere razzista» ma di non sopportare «l’immigrazione incontrollata», chi criticava Marine Le Pen perché ha cambiato posizione sulla Corte europea dei diritti dell’uomo prima osteggiata e ora riconosciuta come parte del sistema francese.

Quello che vedete nella foto qui sopra con un distintivo appeso al collo è uno dei membri del Dps, ll Département protection sécurité, il servizio d’ordine privato del Rassemblement national. Erano agli angoli della piazza e controllavano che tutto filasse liscio: è uno dei tanti segnali che fanno capire quanto il Rn non sia un partito come gli altri, e quanto sia ancora profondamente novecentesco in molti tratti.


Il giorno dopo, a Nizza, seguire il candidato è stato ancora più istruttivo. Durante le elezioni uno dei luoghi di predilezione per fare campagna elettorale sono i mercati: ogni quartiere ne ha uno, è abitudine di molti fare la spesa, ed è abitudine vedere comparire qualche politico con un volantino in tempo di elezioni. Il salone dell’Agricoltura, che si tiene a Parigi ogni marzo, ed è probabilmente il più grande mercato di Francia (anche se dura soltanto una settimana) è anche per queste abitudini uno degli eventi politici dell’anno, soprattutto quando si vota per le presidenziali.

Ora, Mariani ha avuto un atteggiamento molto strano. È arrivato, ha stretto qualche mano, si è concesso ai pochi militanti venuti a sostenerlo, restando sempre in disparte in uno degli angoli della piazza. Mi è sembrato un atteggiamento rinunciatario per un candidato che nei sondaggi era a un solo punto da una vittoria storica. 

Poco prima che arrivasse, avevo chiesto ai fruttivendoli cosa pensassero del Rassemblement national e dell’astensione altissima registrata al primo turno. Risposta abbastanza comune: «Le regionali non contano nulla». In particolare, mi ha colpito una signora sulla cinquantina, che alle presidenziali del 2017 aveva votato Marine Le Pen e stavolta ha deciso di non votare, perché appunto, inutile perdere tempo per uno scrutinio percepito senza grande impatto sulla propria vita quotidiana.

Mariani avrebbe potuto parlarle, provare a convincerla, prendersi anche qualche insulto magari. Alla fine, è anche così che «si fanno i voti», come si dice dalle mie parti, a Napoli.

Nel corso degli ultimi giorni trascorsi nell’area più a sud della Francia, ho parlato con molti esponenti locali e militanti del partito, tutti preoccupati dal posizionamento di Marine Le Pen. La leader del Rassemblement national, dal suo arrivo alla presidenza del partito nel 2011, aveva puntato moltissimo su un concetto: la dédiabolisation.

Rendere il lepenismo presentabile, depurarlo dagli eccessi del padre Jean-Marie, apertamente razzista e xenofobo. Negli anni Marine Le Pen ha smussato le posizioni più dure, abbandonato la proposta di uscire dall’euro, ha persino cambiato nome al partito per renderlo meno compromesso con la storia estremista del Front national. E questa strategia ha funzionato.

Questo sondaggio mostra quanti francesi considerano “pericoloso” il Rassemblement national. Durante il mandato di Emmanuel Macron la percezione negativa si è attenuata, e ormai non si parla più di dédiabolisation, ma di banalisation.

Dopo il deludente risultato del primo turno di queste elezioni regionali, molti però hanno notato che forse Marine Le Pen è andata troppo in là: se il Rassemblement national diventa un partito come gli altri, allora perché mobilitarsi per votarlo?

Tenere insieme radicalismo e presentabilità non è semplice, ammettono i membri del partito: «La banalizzazione alla lunga potrebbe danneggiarci, è senz’altro un rischio. Se veniamo percepiti come un partito tradizionale, che in fondo non ha fondamentali così diversi dagli altri, potremmo perdere il tratto distintivo, che è il voto di cambiamento rispetto a chi è al potere. Ma allo stesso tempo per andare al potere bisogna ottenere la maggioranza assoluta al secondo turno, quindi trovare un equilibrio non è affatto semplice», mi ha detto Amaury Navarranne, consigliere regionale in Provenza del Rn.

E però, ieri sera a Marsiglia, dopo l’arrivo dei primi risultati, un funzionario del partito si è appartato per ragionare insieme a noi giornalisti su quanto appena successo: una sconfitta dura, ovunque, e particolarmente pesante in Provenza. E notava un fatto interessante: «Può darsi che stavolta andiamo male perché ci siamo normalizzati. Però in Provenza il Front républicain, l’alleanza di tutti i partiti contro il Rassemblement national, ha funzionato: se fossimo “normali” non funzionerebbe. Il tema è invece la stanchezza dei nostri elettori, votano per il Rn da quarant’anni, sembra che possano vincere ogni volta, e invece perdono sempre. A un certo punto ti chiedi se ha ancora senso farlo, perché il tuo investimento non ripaga mai».


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In questo contesto, e ne abbiamo già parlato nel numero 4, le elezioni sono state un disastro per il presidente Macron. Eppure, le difficoltà del Rassemblement national rendono il tutto meno amaro, e si inseriscono in continuità con quanto ricercato da Macron in questi anni.

Una persona che conosce bene la strategia di Macron, e che ha accesso all’entourage del presidente, mi ha aiutato a mettere le cose in prospettiva: «È come se Macron avesse scoperto un software: distruggere i partiti tradizionali. Lo ha applicato a sinistra, a destra, e ora lo sta applicando al Rassemblement national. Il suo obiettivo di fondo è arrivare alle presidenziali con un sistema politico più diviso possibile».

D’altro canto, è abbastanza sorprendente vedere una sfida regionale in cui il partito del presidente non esiste, non ha un suo candidato né una sua lista. È vero, il partito alle presidenziali non necessariamente è utile, l’elezione è immaginata come un incontro tra un uomo o una donna e il popolo, senza diaframmi. E però governare è una cosa più complessa, e non avere il polso dei territori può rivelarsi un grande limite: la crisi dei gilet gialli è stata causata anche da questa distanza e alimentata dal fatto che la Francia è di per sé un paese centralista in cui tutto è deciso da Parigi. 

Macron scommette che le presidenziali si possono vincere anche senza partito e presenza locale. Nel 2017 ha vinto, ma non tutte le scommesse sono uguali.


Consigli di lettura e fonti

Un lungo ritratto di Thierry Mariani, firmato dal Monde. L’Express si chiede se la strategia di Marine Le Pen funziona o se diventare banali alla fine non paga.

Macron prepara la sua campagna presidenziale, dopo la sconfitta annunciata di En Marche! alle elezioni regionali, dal Figaro. L’Opinion dedica la prima pagina di oggi ai molti problemi della maggioranza presidenziale.

La destra ha vinto queste elezioni regionali. Ma come fare a trasformare un buon risultato in trampolino per il 2022? Se lo chiede il Point.

Per il sondaggista dell’istituto Ipsos Brice Teinturier, la sfida degli istituti per le elezioni presidenziali è riuscire a trovare l’astensione nascosta e soprattutto interpretare bene il voto per il Rassemblement national, che tende a essere sovrastimato.


Marat è una produzione di Nightreview S.r.l. – ISSN 2784-8728