Marine Le Pen si candida: la campagna elettorale è iniziata – Marat n. 56
Doppio colpo di scena: condannata in appello, sceglie il ricorso in Cassazione. Una mossa che sospende la pena ma trascina il processo dentro la corsa all’Eliseo
Oggi ricomincia Marat.
L’edizione 2026/27 racconta la prima campagna presidenziale senza Emmanuel Macron. La newsletter non avrà una cadenza fissa, ma arriverà ogni volta che ci sarà qualcosa di davvero rilevante da raccontare. Come oggi!
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Coup de théâtre, direbbero i francesi. Colpo di scena.
Pochi minuti fa, Marine Le Pen ha annunciato che sarà candidata all’elezione presidenziale del 2027, malgrado la condanna pronunciata questo pomeriggio dalla Corte d’appello di Parigi. Dopo mesi di attesa, la sua scelta segna l’inizio della campagna presidenziale francese.
Il colpo di scena, però, è doppio.
Lo è una prima volta perché la sentenza di oggi aveva reso la candidatura molto improbabile. I giudici erano davanti a un’equazione difficile da risolvere: dopo la condanna in primo grado, confermare cinque anni di ineleggibilità avrebbe significato escludere dalla corsa all’Eliseo la candidata naturale del primo partito nei sondaggi. Una decisione giuridicamente possibile, ma politicamente esplosiva. Allo stesso tempo, un’assoluzione o una condanna puramente simbolica sarebbero state difficili da conciliare con la gravità dei fatti contestati.
La Corte d’appello ha scelto una via intermedia, abile: ha confermato la condanna e pronunciato una pena severa, ma l’ha costruita in modo da non “ostacolare la scelta degli elettori”. O, più precisamente, da non assumersi direttamente la responsabilità politica di escludere Marine Le Pen e lasciare il peso della scelta all’imputata stessa.
La leader del Rassemblement national è stata condannata a 100.000 euro di ammenda, quarantacinque mesi di ineleggibilità, di cui trenta con sospensione, e tre anni di carcere di cui due con la condizionale: dunque, di fatto, un anno di detenzione domiciliare con braccialetto elettronico. La pena di ineleggibilità è stata così neutralizzata, perché i quindici mesi effettivi decorrono dalla condanna di primo grado del 31 marzo 2025 e sono quindi già stati scontati. Il vero ostacolo, a quel punto, non era più l’eleggibilità, ma il braccialetto elettronico (e i domiciliari).
In teoria, Le Pen avrebbe potuto accettare la sentenza, candidarsi comunque e provare a condurre una campagna sottoposta a vincoli di orario e di movimento – per esempio l’obbligo di dormire nel proprio domicilio – definiti dal magistrato di sorveglianza. Una situazione scomoda, quasi incompatibile con il ritmo di una presidenziale, ma non impossibile: avrebbe potuto chiedere adattamenti per ragioni politiche, far valere la buona condotta e sperare, magari negli ultimi mesi, in un alleggerimento del regime. Ecco perché una candidatura appariva improbabile.
Invece ha scelto un’altra strada: il ricorso in Cassazione. Ed ecco il secondo colpo di scena.
Questa scelta le permette, nell’immediato, di sospendere gli effetti della condanna e di cominciare la campagna senza braccialetto elettronico. Nei prossimi mesi, dunque, è un vantaggio, e lei tenterà di consolidare i buoni numeri del suo partito nei consensi. Ma apre anche una situazione rischiosissima. La Corte di cassazione non rigiudicherà il merito dell’affaire, ma il diritto. E qui si apre il vero calcolo del Rassemblement national.
Commentando su BFM TV l’intervista di Marine Le Pen, il deputato del Rassemblement national Laurent Jacobelli ha spiegato che è difficile immaginare una decisione della Cassazione prima di due anni, cioè il tempo medio di questo tipo di procedure. È evidente che il RN punta anche su questo: far partire la candidatura, congelare gli effetti più pesanti della condanna e sperare che la giustizia non rientri nel calendario prima del voto.
È una scommessa ardita. Nelle scorse settimane, infatti, la Corte di cassazione si è impegnata a lavorare rapidamente per rendere una decisione in circa sei mesi. L’idea di Le Pen, dunque, è che i magistrati decidano di non accelerare i tempi, non essendo più in gioco la sua eleggibilità ma soltanto la modalità di esecuzione della pena. Lo ripeto: è una scommessa, non una strategia.
Anche perché, se la Cassazione confermerà la sentenza d’appello prima delle presidenziali, Marine Le Pen potrebbe ritrovarsi a dover scontare la pena tra febbraio e il secondo turno del 2 maggio 2027, proprio nel momento più intenso della campagna. È peraltro un’ipotesi che la leader del Rassemblement national ha ripetutamente escluso, equiparando più volte il braccialetto elettronico a una forma indiretta di ineleggibilità. Cosa accadrebbe allora?
Esiste poi lo scenario peggiore per lei, più ipotetico ma non impossibile: la Cassazione potrebbe annullare la decisione per ragioni di diritto e rinviare il caso davanti a un’altra Corte d’appello. A quel punto si riaprirebbe l’incertezza. Ci sarebbe il tempo di arrivare a una nuova decisione prima delle presidenziali? E, soprattutto, che cosa accadrebbe se quella nuova decisione fosse più severa?
Per questo la candidatura di Marine Le Pen non chiude la questione giudiziaria. La porta dentro la campagna, e finirà inevitabilmente per condizionare tutto il percorso verso l’Eliseo.
Per lei, un’assoluzione o una sentenza più leggera sarebbero state un formidabile strumento per costruire una narrazione. Avrebbe potuto impostare la campagna attorno all’idea della fenice: data per finita, passata attraverso processi, sconfitte e ostacoli giudiziari, Le Pen sarebbe tornata al centro della scena nel momento in cui il suo vecchio avversario, Emmanuel Macron, non può più candidarsi. Dopo due sconfitte contro di lui, avrebbe potuto raccontarsi come la figura che resiste, aspetta, sopravvive e infine eredita il momento politico del post-Macron.
Con un’eventuale sentenza sfavorevole in Cassazione invece, dovrà fare qualcosa di più prosaico: presentarsi come vittima di un sistema che vuole impedirle di arrivare al potere. È un registro che conosce bene, e che non creerà alcun problema al suo elettorato più fedele. Anzi, probabilmente lo mobiliterà. Ma in Francia una campagna presidenziale non si vince solo confermando il proprio zoccolo duro, si vince al secondo turno, parlando al resto del paese. E una candidatura costruita su una condanna, un ricorso in Cassazione e il rischio di un braccialetto elettronico nel pieno dei giochi rende questo esercizio più complicato, oltre a dare argomenti notevoli a tutti gli avversari.
Una cosa però possiamo dirla, noi che osserviamo: difficilmente sarà una campagna noiosa.






